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martedì 18 marzo 2008

Arriva la madama


Stasera curioso evento in un posto a me ignoto, il Circolo Culturale La Scheggia. Madame P (video) costruisce loop elettronici di voci e sonorizza un film muto del 1919. La Madama oltre a essere molto brava e a poter vantare numerosi tour americani ed europei, è anche amica mia quindi la garanzia di qualità è assicurata.

MADAME P sonorizza MADAME DUBARRY di ERNST LUBITSCH (1919)
CIRCOLO CULTURALE LA SCHEGGIA (Mi)
18 marzo 2008
h. 21:00
Dovrebbe essere gratis con tessera (e un'altra inutile tessera andrà a gonfiare ulteriormente un portafoglio pieno di tessere e biglietti da visita - soldi pochissimi, e quasi tutti di metallo, pesanti e che non valgono un cazzo)

Due parole su ieri sera: al Blue Note trattamento principesco, accredito e tavolo riservato, peccato non permettano di filmare. Di fotografare sì, di filmare no. Comunque ottima prova dei due mostri sacri più un "giovane". Siamo ai confini del jazz. Quello che hanno suonato viene considerato jazz per convenienza e curriculum dei musicisti, perchè hanno il sax e la tromba. Ma io lo definirei piuttosto "noise acustico", o "musica contemporanea", qualcun altro potrebbe anche dire "roba pallosa e seriosa da intellettuali borghesi di sinistra". Solo Wadada Leo Smith (alla tromba) in qualche passaggio mi ha ricordato che questa dovrebbe essere la musica dei negri. Mitchell si è esibito in un paio di sfuriate al sax in respirazione circolare (come si faccia non lo capirò mai) e Harrison Bankhead, il "giovane" (cinquant'anni, centoottanta chili, vestito con una specie di tendaggio cinese coi draghi ricamati) al contrabbasso e violoncello, è un mostro. Sa tirar fuori dai suoi strumenti una varietà di suoni che non credevo possibili. Sono tre solisti fenomenali, che mi hanno infatti convinto pienamente quando hanno suonato da soli, un po' meno in ensemble. L'impressione è che la formazione in trio appiattisca le genialità e le asperità di ognuno. Opinione personalissima e discutibilissima, io di jazz non so un cazzo, non capisco un cazzo e non voglio nemmeno capire. Mi piace e basta.

lunedì 17 marzo 2008

Negro profeta in patria


Prendetevi dieci minuti di tempo e guardate questo breve documentario, nessuna tv lo passerà mai. In realtà non è breve ma chi lo ha caricato vuole venderlo, è solo la prima parte ma basta a far venire l'acquolina per il concerto di stasera. Sgombro il campo da eventuali dubbi: non suona l'Art Ensemble of Chicago (magari - anche se due dei membri originali sono salme) ma comunque avremo Roscoe Mitchell sul palco del solito localaccio dove gli avvocati cinquantenni mangiano durante i concerti e palpano le cosce delle loro stagiste mentre le mogli, ignare, sono a casa davanti al Grande Fratello - o forse a letto col Grande Fratello Negro. Non mi metto a raccontare di Roscoe Mitchell, non lo so fare e non me ne vergogno, leggete qui e saprete tutto, nell'intervista (del 1999) il nostro stupisce con affermazioni che anticipano con esattezza quello che sta succedendo oggi nel mondo musicale, riuscendo pure a prendersi gioco di un giornalista borioso e di Blow Up. Riporto il passaggio dell'intervista perchè fa troppo ridere.

Dato che hai nominato Den Haag, conosci un musicista che vive lì, Luc Houtkamp? Suona il sassofono, compone e sperimenta con l'elettronica.


No.

Tra i musicisti più giovani che lavorano a Chicago che opinione hai, ad esempio, di Ken Vandermark?


Non so nemmeno se lo conosco...

Tra gli altri ha suonato anche con John McPhee...


Non lo conosco tanto bene.

E Rob Mazurek? Suona la cornetta...

Non conosco la loro musica.

Fine del siparietto comico. Ovviamente Roscoe (sax) non va in tour con dei pirla, ma si porta Wadada Leo Smith (tromba), stesso giro di Chicago e stessa adorazione per Braxton e il "giovane" Harrison Bankhead (contrabbasso) che non ho mai ascoltato ma dopo stasera potrò abbaiare di conoscerlo da anni. Si vede che di jazz non so niente eh? Viste le figure in cui incappano gli "esperti" quando si bullano al cospetto dei mostri sacri, meglio l'ignoranza.

ROSCOE MITCHELL / WADADA LEO SMITH / HARRISON BANKHEAD
BLUE NOTE (MI)
17 marzo 2008
h. 21:00
ing. € 20 - ridotto € 16 (non so da cosa dipenda la riduzione, nel caso fingete invalidità)

lunedì 28 gennaio 2008

17 minutes over Corsico


Sì, sì, il free jazz è tutto uguale e soprattutto è uguale a sè stesso da quarant'anni e passa. Proprio come la techno, la house, le partite di calcio, lo ska, il metal, il rap, il punk, i film porno, l'indie inglese, la politica, il reggae e potrei andare avanti. Bisogna soffermarsi sulle sfumature. La capacità della mente umana di dimenticare il già visto fa il resto. Sabir Mateen suona indifferentemente sax, clarinetto e flauto traverso (ma non è vero quanto ho scritto prima del concerto, non ha mai suonato con Sun Ra, bensì con un'altra Arkestra, colpa del solito comunicato stampa redatto da qualche incapace), la memoria degli esperti di jazz che conosco non sa citare alcuna contrabbassista donna (e questa ha suonato pure bene) e non capita spesso di poter vedere un concerto seduti a mezzo metro dai musicisti. Che non passeranno alla storia, ma senza dubbio sanno il fatto loro.

sabato 26 gennaio 2008

Corsico is the place

Se non fossi andato domenica scorsa a vedere il William Parker Ensemble avrei senza dubbio trascurato il concerto di stasera. Infatti non conoscevo Sabir Mateen, jazzista free puro e duro che fa parte della lussuriosa sezione fiati vista al Teatro Manzoni. Su Sabir ho scoperto alcune cose. Ha fatto parte della Sun Ra Arkestra (pure lui: magari potrò avere qualche conferma sulle basi aliene in Israele), ha suonato in metropolitana a New York con il Test Quartet (aguzzate la vista: New York e Milano si distinguono per sette piccoli particolari), addirittura un mio amico ha pubblicato un suo disco e io non ne sapevo niente. Stasera suona con Tiziano Tononi alla batteria (eclettico percussionista davvero degno di nota, visto qualche anno fa con l'ottimo progetto Bestia Pensante, di ispirazione krautrock) e Silvia Bolognesi al contrabbasso (strumento assai poco praticato dalle donne, al contrario del basso elettrico). Insomma, ci sono le premesse per salire sul treno per lo spazio profondo (la stazione è proprio di fianco).

SABIR MATEEN TRIO
GHEROARTE' (CORSICO)
26 gennaio 2008
h. 22:30
ing. 10 € + 6 € di tessera annuale

giovedì 24 gennaio 2008

Spaceship Lullaby

Una volta, grazie a lui, ho avuto il piacere di andare a cena con Sunny Murray. Batterista free jazz dei tempi d'oro, un vero bastardo che a settant'anni suonati si fuma dei torcioni di marijuana lunghi un palmo, uno che da giovane rapinava i negozi e quando ha rapinato il negozio sbagliato la mafia gli ha tagliato alcune dita di una mano, costringendolo a suonare la batteria con delle bacchette grosse come randelli. Almeno questo è ciò che racconta. Quest'uomo, come d'altronde qualche altro centinaio di musicisti, ha fatto parte della Sun Ra Arkestra. Sun Ra, oltre ad essere uno degli artisti più visionari della storia della musica, era convinto di essere un alieno e di provenire da Saturno. Un alieno che amava vestirsi da faraone dell'antico Egitto (Ra è il Dio Sole della mitologia egizia - dovete assolutamente vedere questo film delirante) e riteneva di far parte della stessa civiltà extraterrestre di cui faceva parte Gesù Cristo. Al punto che negli anni Settanta - racconta Murray - durante un tour della Arkestra che ha toccato Egitto e Israele Ra l'avrebbe accompagnato a visitare le basi di atterraggio delle astronavi aliene che si troverebbero in Israele e che sarebbero il vero motivo dietro tutte le guerre e guerriglie che insanguinano da decenni la cosiddetta "terra promessa". Naturalmente il batterista chiacchierone (nessuno sa raccontare balle meglio di un negro) non sa dire dove si trovino esattamente le fantomatiche basi. Come sempre la realtà è più semplice e prosaica. Sun Ra si chiama Herman Sonny Blount, nato a Birmingham, Alabama nel 1914 e prima di sbroccare e cominciare a creare della musica senza eguali (che sì, sembra provenire dal cosmo) era un normale pianista che si esercitava con vari gruppi vocali. Su questo disco ci sono le registrazioni di quel periodo. Roba che in confronto a quanto ha fatto dopo non vale assolutamente niente ed è pure registrata malissimo, ma è un simpatico documento storico che dimostra come a volte andare fuori di testa faccia bene (ho detto a volte). E' comunque un ascolto piacevole e il mondo è pieno di completisti.

SUN RA
SPACESHIP LULLABY
ATAVISTIC UMS/ALP243CD (2003)
320 kbps

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lunedì 21 gennaio 2008

Non ve l'avevo detto


Non è un caso se nel corso dell'ultimo anno sono andato a vedere William Parker ben quattro volte. Questa volta oltre al fido Hamid Drake alla batteria (praticamente la sua ombra, mancava solo al Bääfest perchè non hanno cacciato abbastanza soldi) si è portato ben sei negri, per reinterpretare le canzoni di quell'altro gran negro di Curtis Mayfield (sì, quello delle colonne sonore dei film blaxploitation, sì, quello di Superfly). Uno dei sei è un monumento della controcultura americana, Amiri Baraka aka LeRoi Jones, poeta, amico dei beatniks, esponente delle Black Panthers, vecchio, storto e malfermo ma dalla voce ancora autorevole. Inutile che vi dica che sul palco questi sono tutti dei mostri, guardatevi il video e giudicate da soli. Ovvio però che un concerto previsto per le 11 di domenica mattina attiri soprattutto un pubblico di vecchie e visoni (credo di essere stato il più giovane in sala). A seguire buffet: le vecchie e i visoni hanno messo in pratica quanto appreso durante il camp estivo degli All Blacks, gettandosi a corpo morto sui salatini. Una scena orrenda.

sabato 5 gennaio 2008

Pithecanthropus Erectus

L'uomo che ha messo in musica le più trionfali notti di bagordi che possiate immaginare è (ovviamente) un negro. Anche se, come racconta nella sua divertentissima e parecchio romanzata autobiografia, lui non si sentiva negro abbastanza, non era molto scuro, al punto da venire considerato bianco dai negri e negro dai bianchi. Bel problema, visto che all'epoca in California c'erano due sindacati che tutelavano i diritti dei musicisti (uno per i negri e uno per i bianchi) e Mingus era stato respinto da entrambi. Quindi nei tempi duri arrotondava facendo il pappone, e anche nei tempi non tanto duri. Ecco il suo primo album da bandleader.

CHARLES MINGUS
PITHECANTHROPUS ERECTUS
ATLANTIC 1237 (1956)
VBR

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lunedì 8 ottobre 2007

Sempre uguale, sempre diverso

A volte mi chiedo perchè perda il mio tempo per andare a vedere concerti di musica vecchia, sedimentata, che non ha più nulla da dire da almeno trent'anni (questi sono punti di vista altrui, non miei). Bè, perchè questi concerti, come quello del trio di William Parker ieri sera, sono fatti da gente che sa suonare, e lo fa meglio di tutti i più strombazzati musicisti rock-indie-pop-british-radiohead, quelli che vendono miliardi di biglietti in prevendita ai miliardi di parvenu che popolano l'occidente. Semplicemente, é uno spettacolo vedere questa gente che tocca gli strumenti e riesce veramente a piegarli al proprio volere, ad usarli come mezzo di comunicazione. E io voglio vedere degli spettacoli, non gente che quando riesce a finire le canzoni senza sbagliare è un miracolo. Rendiamoci conto, il punk è finito da secoli, e l'attitudine "noi siamo come voi", o peggio, "chi ha la tecnica è un venduto", con lui. Il punk ha inventato l'uovo di Colombo, e chi lo inventa per secondo non vale un cazzo. Figuriamoci chi lo inventa per milionesimo. Poi ci sono dei distinguo: la mancanza di tecnica si può compensare, con energia, rabbia, qualità compositive, anima, "it's only rock'n'roll but i like it" ecc. I Ramones sapevano fare i Ramones e soprattutto non esageravano, scrivevano canzoni che sapevano eseguire senza incartarsi a metà. Il "dramma" è che questa attitudine ha infettato quasi tutti i generi musicali e la maggior parte delle band che calcano i palchi oggi sono sia incapaci tecnicamente che presuntose, volendo muoversi al di sopra delle proprie limitatissime possibilità. Quel panza di William Parker e i suoi compari fanno sì musica che sembra presa di peso dalla discografia di John Coltrane (40 anni e non sentirli), ma cazzo come sono bravi a trasmetterla. E' la terza volta che vedo William Parker quest'anno e ha fatto tre concerti completamente diversi uno dall'altro (questo è stato il più tradizionalista). Cinque minuti di standing ovation. Nonostante questo niente bis, i musicisti avevano fame e il ristorante stava per chiudere. Giusto.

domenica 7 ottobre 2007

Lasciate parlare il negro

Naturalmente venerdì invece di andare a vedere i metallari mi sono addormentato con la faccia nel ragù. Ma d'altronde sono italiano, e come insegnano le migliori menti del mio popolo bisogna predicare bene e razzolare male. Stasera invece c'è uno che predica bene (vedi video) e razzola meglio. Per maggiori informazioni su cosa suona William Parker, leggete cosa ne ho scritto dopo il Bääfest. Contrabbasso (William Parker), batteria (Hamid Drake - garanzia), pianoforte (Eri Yamamoto). Impegnati nel progetto Luc's Lantern col quale Parker intende ripulire la sua musica dalla miriade di influenze che ha raccolto in trent'anni di collaborazioni. Tutto acustico, curiosità per la pianista giapponese. Roba che a New York va fissa al Knitting Factory, qui ci dobbiamo accontentare del magazzino della stazione di Corsico.

William Parker - Luc's Lantern
Gheroartè (Corsico)
7 ottobre 2007
h. 21:30
ing. € 10 + 6 di tessera

sabato 7 aprile 2007

The Lester Young Trio

Lester Young al sax tenore, Nat "King" Cole al piano, Buddy Rich alla batteria. Registrato nel 1946, pubblicato nel 1951, ristampato nel 1994 con l'aggiunta di 4 bonus tracks con Dexter Gordon al sax al posto di Young. Non capisco perchè, visto che il disco rimane attribuito a Lester Young. Non capisco nemmeno cosa ci faccia la torre di Pisa in copertina. Comunque è jazz romantico di una volta, spicca la mostruosa tecnica pianistica di Cole. Registrazione da vinile, si sente qualche fruscio, ma secondo me il suono rigato aumenta il fascino di questa musica.

LESTER YOUNG
THE LESTER YOUNG TRIO
MERCURY (1994, REISSUE FROM 1951)
224 kbps

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venerdì 16 marzo 2007

Ieri sera

Sapere che il gallerista più alla moda di Milano è disposto a cacciare 200 Euro per un disco della moglie di Nels Cline (da me pagato 10 Euro), non ha prezzo. Vedere che un locale che sta al jazz quanto una serie tv sta al grande cinema non spegne le luci durante i concerti (come al cinema dell'oratorio nel 1976, per paura che gli adolescenti si tocchino), non ha prezzo. E soprattutto, vedere tre negri che sanno evocare i misteri della giungla nera, non ha prezzo. Hamid Drake ha l'agilità dell'animale selvatico, William Parker forse suona troppo e in maniera troppo complessa per lo stile di questo trio (ma si è riscattato alla grande nel secondo set) e Braxton... bè, è Braxton. Mastro soffiatore d'anima. Suo figlio dovrebbe tagliarsi i capelli e andare a lavorare.

giovedì 15 marzo 2007

Stasera è giovedì

Uno degli ultimi dinosauri del free jazz. Musica in via di estinzione. Prima o poi li saluto tutti con un see you. Anthony Braxton non ha ancora fatto le prove generali del funerale. Stasera è con Hamid Drake alla batteria (che di solito gira con Spaceways Inc.) e William Parker al contrabbasso (che invece frequenta John Zorn). Questi due suonano spesso insieme e dovrebbero essere una sezione ritmica di precisione chirurgica. Certo, non saranno come quelli del video (Braxton con Jack DeJohnette, Miroslav Vitous e Chick Corea, alle prese con Impressions di John Coltrane, Woodstock, tardi anni 60). Sul vecchio Braxton non garantisco, ma il carisma dovrebbe bastare. Il Braxton giovane invece fa questo e anche questo.

Anthony Braxton, William Parker & Hamid Drake
Blue Note (Mi) (*)
15 marzo 2007
h. 21:00
ing. € 20/16

(*) Sì, lo so, è un posto di merda. Per fortuna questo concerto non fa parte della programmazione ordinaria ma della rassegna Suoni & Visioni, quindi penso si potrà vedere il concerto in pace senza dover sopportare il pubblico di avvocati papponi che staziona smascellando in quella mensa per arrivisti che si chiama Blue Note.