Terza birra. Per me vedere bene un concerto significa vedere che scarpe portano i musicisti. Per questo di solito evito gli eventi molto affollati, non sopporto di dovermi sporgere da dietro le spalle di qualche "armadio" per intravedere pochi istanti di ciò che succede sul palco. Peggio ancora è il megaconcerto, dove ci vorrebbe il telescopio e stai in mezzo ai peggiori effluvi emanati da migliaia di animali pressati. Una volta a un concerto al Forum di Milano (i Cure, mi pare) si era condensato talmente tanto sudore che ad un certo punto ha cominciato a piovere dal soffitto un liquame disgustoso, osceno distillato di umanità. Nemmeno se potessi assistere dal vivo alla crocifissione (quella famosa, non una qualunque) affronterei ancora una situazione così schifosa.
I concerti "minori" di un posto come il Magnolia sono invece una pacchia. Ci sono trenta persone, mi metto in prima fila, appoggio la birra sul palco, filmo, faccio qualche foto. Ieri sera rude happening rurale. Di solito direi "è una vergogna che questi musicisti raccolgano così pochi consensi mentre Tizio che è una merda che cammina riempie gli stadi ecc. ecc." ma alla fine, per mia egoistica comodità, è meglio così. The Big Sound Of Country Music suona molto bene, il suo set è un tributo al più classico country blues. Mette un microfono sotto una scatola di legno, ci batte i piedi sopra (si chiama stompbox), et voilà la sezione ritmica. I Dirty Trainload (a mio parere i migliori della serata) fanno garage blues, ma molto evoluto e con strumentazione fantasiosa (una tastierina scrausa al posto del basso, il coperchio di un fusto di birra come percussione a pedale aggiuntiva), sono assai poco tradizionalisti, a tratti creano atmosfere lynchane, alla Badalamenti. Altrettanto fantasiosa la strumentazione di Honkeyfinger (la sua barba è maggiorenne), che amplifica l'armonica a bocca, ci canta dentro e crea dei loop di chitarra slide in diretta per avere le mani libere. Forse è un po' carente dal punto di vista del songwriting (l'autarchia totale che caratterizza il suo stile non consente un gran che), ma diamogli tempo, è agli esordi, tecnicamente e furiosamente va alla grande. Questa gente, pur avendo fonti d'ispirazione antichissime, è proiettata nel futuro: nessuno aveva il banchetto dei dischi, destinati a diventare entro breve oggetti promozionali di secondaria importanza, atti solamente a pubblicizzare i concerti. Come le spillette, che Honkeyfinger regalava a manciate. Allo stesso tempo ho notato una curiosa iniziativa su un manifesto dei Linea 77 che annunciava uno showcase di presentazione del loro nuovo disco: "si entra solo col disco in mano": ecco, questi vivono nel passato, e sono pure stronzi.
Secondo i risultati di un sondaggio condotto dalla catena HMV (notizia ANSA da prendere con le molle, ma giustifica il mio punto di vista e quindi va bene) i generi musicali più ascoltati in Gran Bretagna sono: hardcore (al nord), r'n'b (a Londra), rock celtico, trip hop, reggae e "musica d'ambiente/chill out" (che cazzo vorranno dire) altrove. Ovviamente non c'è traccia di termini quali britpop, new rave o indie. Secondo me spediscono qui derrate di froci col ciuffo sperando che smarriscano la strada di casa. Prodotti da esportazione per il terzo mondo, come i film con Steven Seagal (che, scopro adesso, sarebbe anche bluesman). Per quanto riguarda Honkeyfinger (video) non può smarrire la strada di casa perchè, dall'aspetto, una casa non ce l'ha. Sembra (è?) un homeless. Forse un hobo (no. E' inglese). Suona punk blues da solo con batteria, chitarra slide e armonica, non posso far finta di conoscerlo da anni perchè ha pubblicato un solo singolo e prima di avere in mano il programma del Magnolia di febbraio manco sospettavo la sua esistenza. The Blues Is Number One, e questo ci prova, non pretendo che sia bravo dal vivo come lui, ma sono sicuro che emanerà sudore, puzza di piedi e alito cattivo sui soliti quattro astanti. Quando trovi uno scarafaggio in casa, vuol dire che ce ne sono degli altri: infatti, a supporto, due tentativi italiani dello stesso genere. Questi sembrano solidi, e il cristo di Cimabue appeso al contrario mi conforta (sembra bravo, guardatevelo mentre suona seduto sul cesso). Di entrambi, il sito di riferimento dell'underground italiano (quello che ci meritiamo) non ha notizia. Anche questo mi conforta. A ferragosto, tutti a Britt, Iowa.
HONKEYFINGER + DIRTY TRAINLOAD + THE BIG SOUND OF COUNTRY MUSIC CIRCOLO MAGNOLIA (SEGRATE) 14 FEBBRAIO 2008 h. 22:00 ing. lib. con tessera ARCI
Come promesso. Progetto collaterale di Judah Bauer (chitarrista della Blues Explosion) insieme al fratello batterista, piuttosto cane a dir la verità, sa picchiare ma non ha il senso della misura ed è pure macchinoso nei cambi di ritmo. Limiti che sono per fortuna più evidenti dal vivo che sul disco. Ci pensa Judah a tenere in piedi la baracca. I Venti Miglia hanno fatto prima un buon disco di delta blues sporchissimo, poi questo, più melodico e piacione, poi altri tre che non mi è sembrato il caso di comprare. Decisione che devono aver preso in parecchi, in quanto il Bauer è praticamente scomparso dalle scene. Ha fatto parte lo scorso anno della Dirty Delta Blues Band di Cat Power per qualche data, qui una foto, lui è il secondo da destra, rendetevi conto di come sta messo quest'uomo. Sì, quello coi capelli bianchi è il famoso stilista ricchione Karl Lagerfeld. Come siano finiti insieme nella foto due personaggi così agli antipodi non è dato sapere, temo che Bauer abbia concesso dietro pagamento parti del suo corpo al damerino. L'ano, se va bene. Un organo interno, se va male. Alla fine il ragazzo non è così fortunato come il titolo vorrebbe far credere.
20 MILES I'M A LUCKY GUY FAT POSSUM 0319-2 (1998) 320 kbps
Ieri nel descrivere il declino della carriera di Jon Spencer mi sono dimenticato di citare la mossa più recente e imbarazzante. Moltinehannoparlato con disgusto. Acne di Zanzara va oltre l'indignazione e il piagnisteo ("indignazione" e "piagnisteo" sono gli autori del 99% dei blog italiani - tutto loro scrivono), e vi permette di toccare con mano l'oggetto misterioso. Capirete che il buon Spencer si limita a fare "woo-hoo" un paio di volte e - forse - a suonare la chitarra. Troppo poco per il linciaggio.
Il nostro sul palco conferma quanto ho anticipato: è sempre un gigione animato dal fuoco del rock'n'roll - non è più (ovviamente) una delle punte di diamante del rock mondiale, fa il verso a sè stesso. Continuerà finchè campa a raccogliere consensi entusiastici nelle più sperdute provincie dell'impero (tipo Italia) ma gli hotel cinque stelle ormai appartengono al passato. Gli Heavy Trash sono in tour con un catorcio di furgone e con una backing band che fa il doppio lavoro, The Sadies.
I Sadies, canadesi di Toronto, sono uno di quei gruppi che impazzano alle feste di capodanno nell'Alberta. Country-rock-surf-folk-psych suonato a memoria, tecnica prodigiosa infarcita di assoli velocissimi e anche una discreta personalità compositiva. Questi stakanovisti prima fanno il loro onesto concerto, professionale, divertente e impreziosito nel finale da un numero da circo mai visto prima: un chitarrista suona i tasti della chitarra dell'altro chitarrista, e viceversa, continuando contemporaneamente a pennare sulla propria - le due chitarre suonano melodie diverse. Bisogna vederlo per capire esattamente come funziona, ho cercato di filmarlo ma come al solito quando compare lo yeti si scaricano le pile - mannaggia. Poi suonano con i due Heavy Trash, e Jon Spencer dovrebbe dedicare ai Sadies le stesse attenzioni che ha dedicato al microfono, per ringraziarli di aver salvato la sua esibizione da un immediato oblio. Comunque il rock'n'roll tradizionale lo sa fare, eccome.
C'era una volta la Blues Explosion. Trio blues-punk privo di basso col quale Jon Spencer ha pubblicato tre album bellissimi, minimalisti e cattivi (questo, questo e questo) - ma il più nuovo è del 1996, e della stessa epoca è anche la collaborazione col bluesman R.L. Burnside che ha dato origine a un altro disco stupendo. Nel frattempo il trio si è progressivamente imbolsito pubblicando roba inutile (tranne forse questo), anche dal vivo non hanno più replicato concerti come quello (indimenticabile) al Rainbow di Milano nel '97, finito con una chitarra imbrattata di sangue. La nave ha poi cominciato a imbarcare acqua e i tre topi si sono dati - leggi hanno preferito dedicarsi a progetti collaterali.
Judah Bauer, chitarrista: non pervenuto. Il suo sito non viene aggiornato dal 2006. Ha tentato la fortuna insieme al fratello - batterista ignobile - con i 20 Miles (roba per completisti che comparirà prossimamente su queste pagine) ma ormai suona con i gruppi del suo quartiere. Che brutta fine.
Russell Simins, batterista: suona con due bambini. Ne riparleremo, visto che vengono dal vivo tra qualche settimana e il rock infantile sembra l'ultima tendenza. Non sto parlando di gruppi inglesi, ma di bambini veri.
Jon Spencer, frontman: quando le idee scarseggiano, meglio rivolgersi ai classici del passato. Infatti fonda gli Heavy Trash insieme a un altro chitarrista semifallito (Matt Verta-Ray, ex Madder Rose, ex Speedball Baby). Rockabilly tutto sommato tradizionale (Spencer si è pure impomatato per ottenere una rocambolesca banana) che potrebbe essere davvero l'ultima spiaggia. Se avete i coglioni è ora di farlo vedere, o è finita.
Stasera vado con lo spirito con cui si guarda la Formula 1: tutti lì in attesa dell'incidente mortale.
In olandese significa Suoni Molto Vecchi E Suoni Completamente Nuovi ed è stato prodotto di un gruppo di bolliti nel lontano 1973. Disco rarissimo: il leader della band, tale Ed van der Meer de Walcheren, distrusse tutte le copie in suo possesso gettandole nel Mare del Nord, frustrato dalle scarse vendite. Ma Acne Di Zanzara ha inviato una task force di palombari al largo delle coste dei Paesi Bassi e ha recuperato per voi una preziosa copia incrostata di cozze. Non si sente benissimo e non è nemmeno un disco straordinario, ma le atmosfere psichedeliche sono quelle giuste. Blues chitarristico e percussioni mediorientali, registrazione casalinga, nessuna pretesa. La "cameretta" esisteva anche 35 anni fa. L'"indie" esisteva anche 35 anni fa. Non si trova nemmeno su Ebay.
SURPRIEZE ZEER OUDE KLANKEN EN HEEL NIEUWE GELUIDEN GREY PAST 1973 128kbps
Questa sera suona anche JosèGonzàlez (buon cantautore svedese a dispetto del nome) al Garage di Sesto S. Giovanni ma per amicizia vado a vedere i Bachi Da Pietra. Duo italiano che non fa indie-pop ma blues deviato e sofferente: quindi nessuno li caga. Qui c'è una notevole galleria di bachi e altre creature dallo spazio con tante zampe.
Il glorioso palco di Cox 18 ricomincia, dopo qualche anno di letargo, a proporre concerti ignoranti e di un certo interesse. Questi Gorilla sono inglesi, tra i pochissimi non froci rimasti. Nella classifica dei gruppi più difficili da scaricare si installano agevolmente nella top 100. Per i fedeli del culto della chitarra distorta sarà come andare a messa: sono sempre le solite quattro stronzate, ma chi ci crede ci va lo stesso. La nebbia del titolo non è esattamente la stessa che avvolge la foresta pluviale del Congo. Quella, domani.
Gorilla + Underdogs Cox 18 (Mi) 2 novembre 2007 h. 23:00 ing. a sottoscrizione
Questo è stato eletto da critica e pubblico come il peggior disco dei 13th Floor Elevators. Diciamo che non è psichedelico come il primo album (international readers: here you can get their first album), nè pace, amore e west coast come il secondo (che prima o poi incontrerete, sempre su queste pagine), ma è un disco di blues rock privo di cedimenti e intriso di classe. Si avvicina il momento delle classifiche di fine anno, e la mia classifica del 2007 è vuota per assenza di contendenti validi (molta roba non l'ho ancora sentita, come al solito potrò stilare una classifica del 2007 nel 2012). Bull of the Woods, uscisse oggi, sarebbe tra i principali pretendenti all'inutile titolo. Fatevene una ragione.
13TH FLOOR ELEVATORS BULL OF THE WOODS SPALAX 14886 (1994 - original issue: 1968) 320 kbps
Questo è un blog per camionisti e motociclisti. Se rientrate fra questi (lo scooter non vale) questo disco ce l'avete già, e allora vi regalo le ragazze di pagina tre (se siete indieoti invece cliccate qui). Ma questo blog cerca di fare anche proselitismo, quindi ascoltatevi Tres Hombres, vendete la Smart e pagate la prima rata di un OM Leoncino cassonato da muratore della Val Seriana. Tanto non riuscirete mai a fare gli stilisti.
ZZ TOP TRES HOMBRES LONDON XPS 631 (1973) 320 kbps
Avete la casa piena di indieoti che alle due di notte non accennano a tornarsene nelle loro squallide camerette perchè impegnati in una acuta discussione su quali siano le pettinature del momento? Premetto che in casa mia questa gente viene trattata peggio del prete quando viene a portare la sua benedizione del cazzo. Ma se foste invischiati in una situazione di siffatta ripugnanza potete stare tranquilli, perchè Acne di Zanzara vi fornisce un'infallibile arma segreta. Un disco recente degli ZZ Top. Le barbe sono sempre le stesse. La musica è sempre la stessa, anzi meglio delle loro produzioni leccate degli anni 80. Riescono a metterci dentro anche un pezzo "elettronico" (e sentire i texani alle prese con l'elettronica è come vedere un porcello che fa il salto con l'asta, ma se la cavano alla grande lo stesso). Un ritorno alle origini blues e ignoranti per festeggiare il trentennale di carriera ("xxx" non è solo un epiteto dei film con cui vi tirate delle gran raspe, ma in numeri romani vuol dire "trenta"). Ci sono anche quattro pezzi live che ribaltano. Un vero indie party cleaner, garantito. La colonna sonora adatta per ammazzare a calci gente che dice e scrive puttanate di questa levatura (sia gli intervistati che l'intervistatore). Roba che finirà prossimamente nella solita rubrica.
ZZ TOP XXX RCA 74321-69372-2 (1999) 320 kbps
tracklist here link and password in the comments (look for the new link on the last comment, the old link has been cancelled)
Una volta ho letto un romanzo di fantascienza che raccontava la storia di un'agente segreto proveniente dall'anno 4000 che tramite macchina del tempo si catapulta ai giorni nostri per ritrovare non so più quale apparecchiatura dimenticata nel ventesimo secolo da un collega sbadato. Lo strumento va assolutamente recuperato per evitare perturbazioni nel continuum spazio-temporale. L'operazione deve svolgersi nella massima segretezza, quindi la nostra eroina (oltre ad essere dotata di uno speciale respiratore invisibile - l'aria del ventesimo secolo è troppo poco inquinata per lei) indossa abiti tipici della nostra epoca. Peccato che per gli uomini dell'anno 4000 non ci sia molta differenza tra la moda del 1957 e quella del 1992, quindi la nostra si trova negli anni 90 vestita come Rita Hayworth, e la sua presenza non passa inosservata. In effetti le differenze sono dettagli minimi che col tempo vanno perduti. Giusto così, finiamola con "la moda del momento", "l'ultimo grido". Puttanate. Ho letto anche una riflessione di un critico musicale americano che, prendendo come esempio il grunge, sostiene che tutte le distinzioni più cavillose all'interno di un genere musicale spariscono nell'arco di pochi anni. I teenager che ascoltano grunge oggi, che nei primi anni 90 avevano magari 5 anni, non trovano nessuna differenza sostanziale tra i Nirvana e gli Stone Temple Pilots: all'epoca i primi erano considerati gli alfieri dell'indipendenza e dell'integrità artistica, i secondi un gruppo finto costruito a tavolino da una major per capitalizzare sulle idee di altri. Ma bastano quindici anni e tale punto di vista sparisce, a ragione tra l'altro: le canzoni degli Stone Temple Pilots non sono peggiori di quelle dei Nirvana. Conclusione: ascoltatevi Mirror Man (in versione ampliata con bonus tracks) di Captain Beefheart & The Magic Band, ci metterete vent'anni a farvelo piacere ma non preoccupatevi perchè è un disco inossidabile che resiste allo scorrere dei decenni e sembrerà nuovo anche nel 2030. Anzi, Mirror Man è sicuramente la cosa più rock'n'roll dei nostri tempi. Che figo. Che stile.
CAPTAIN BEEFHEART & THE MAGIC BAND THE MIRROR MAN SESSIONS BUDDAH RECORDS 1971 (REISSUED 1999 w/BONUS TRACKS) 160 KBPS
E' Lou Reed. Adesso lo vedo. Adesso no. Sposta quella testa. Quando devi vedere un concerto da cento metri di distanza certe cose le puoi solo immaginare. Il concerto che mi piace mi attira verso il palco, come la calamita attira il ferro; allo stesso modo il concerto che non mi piace mi allontana dal palco. La situazione di ieri sera al Traffic Festival impediva lo svolgimento secondo natura di questo processo. Dov'eri eri, non potevi avvicinarti alla fonte del piacere auricolare, nè tantomeno allontanartene causa affollamento fuori norma. Si piscia nel bicchiere di plastica, via. Da quel che ho capito, il Lurido è ancora in forma, ha il gilet di pelle, bel concerto con Berlin molto riveduto e corretto (con coro, orchestra e Steve Hunter alle chitarre - parecchio blues). Audio disturbato da un pubblico un po' troppo indisciplinato: il popolo tende ad attribuire scarso valore alle cose gratuite. Bis da urlo con, nell'ordine, Sweet Jane, Satellite of Love e Take a Walk on the Wild Side. Compare pure Antony (di Antony & The Johnsons) al piano e gorgheggi. Potete chiamarlo dinosauro, mummia, bollito, pensionato, vegliardo, ma senza Lou Reed e questo disco del 1973 tutta una serie di gruppi lamentosi di merda non esisterebbero (Flaming Lips, Keane, Coldplay, Polyphonic Spree... dio che schifo). Non so se gioirne o dolermene. Il video sopra è con John Cale (e Nico che guarda), Le Bataclan, Parigi 1972. Un ringraziamento alla graziosa presentatrice che ha invocato l'ecatombe con un "ci vediamo domani sera per i Daft Punk... se riuscite a tornare a casa". Ed ecco che quarantamila mani cercano quarantamila scroti.
Piers Faccini è la rappresentazione musicale del nulla, un ibrido ripugnante tra i Pearl Jam e Zucchero. Bene, così ho il tempo per passeggiare nel parco di Villa Arconati. Splendido esempio di giardino all'italiana, con viali che (con grande gusto scenico) improvvisamente si aprono su nicchie e scorci adornati da statue e fontane. Andateci al tramonto. In mezzo a cotanto paesaggio idilliaco, gli organizzatori del festival (gente il cui concetto di "bello" si palesa con un'espressione di stupore al cospetto di una tapparella elettrica) hanno pensato bene di piazzare un hangar in materiale plastico di duecento metri per cinquanta, è lì sotto che si svolgono i concerti. Finita la pantomima del Cantautore Inutile, ecco i tuareg. Ma prima una parola sul pubblico. Prevalenza di donne, quasi tutte sfoggiano monili finto-africani comprati dal senegalese in strada. Metà dei presenti sono stati trascinati a forza dall'altra metà. A quest'ultima i Tinariwen piacciono non perchè bravi, ma perchè africani. E se fossero stati del Darfur invece che del Mali avrebbero attratto il doppio del pubblico. Sta di fatto che questi sette beduini (tre chitarristi, un bassista mancino, un percussionista con djembè e due fancazzisti che ballano e battono le mani) cancellano dalla faccia della terra una buona metà della musica occidentale, sia per tecnica che per trasporto. Afrobeat che incrocia il funk e si scontra (alla pari) con "Remain in Light" dei Talking Heads. Il loro costume tradizionale con cui si sono presentati sul palco assomiglia curiosamente a un saio. Suonano due ore ma sembravano pronti a suonarne sei, con scioltezza infinita e mostrando di divertirsi parecchio. Hanno fatto ballare anche le vecchie. Indie rockers dovete morire.
Postilla: stasera c'è Lou Reed gratis a Torino, "Berlin" presentato in chiave teatrale (diretta da Julian Schnabel). Lo stesso spettacolo proposto ieri a Milano al prezzo minimo di Euro 36. Chi ha orecchie per intendere intenda. Dubito che sarà meglio della ghenga di Abreybone.
Si va verso il souk di Villa Arconati. Stasera c'è il blues tuareg dei Tinariwen dal Mali. Gente che abita nel deserto. Il documentario sovrastante (17 minuti) vi spiega tutto. Castellazzo di Bollate come Timbuctù. Musica per ciondolare sotto i palmizi.